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Il senso di ineluttabile incomunicabilità tra gli individui e la struggente consapevolezza della finitudine dell’esistenza umana sono i temi al centro dell'atto unico "L'uomo dal fiore in bocca", mutuato dal racconto “Caffè notturno” del 1918 (ripubblicato cinque anni dopo con il titolo definitivo de “La morte addosso”) e rappresentato per la prima volta al teatro degli indipendenti di Roma, diretto da Anton Giulio Bragaglia, il 21 febbraio 1923.
Lo spettacolo, classico pirandelliano di grande impatto emotivo e di straordinaria forza drammatica, trasporta il pubblico all’esterno del caffè di una stazione ferroviaria, illuminato dalle luci fioche della notte. In questo scenario, squallido e crepuscolare, un «pacifico avventore» che ha perduto l’ultimo treno della sera e che, in attesa del convoglio successivo, lascia scorrere il tempo sorseggiando una bibita alla menta, si ritrova ad ascoltare la dolente storia di un uomo ammalato di epitelioma, un cancro o come scrive lo stesso Luigi Pirandello un fiore che la morte, passando, «ha ficcato» in bocca.
Il dialogo, o meglio il semi-monologo del protagonista, si configura come una meditazione sull'esistenza umana, sull’importanza della quotidianità e di tutto ciò che, in condizioni normali, appare insignificante. Dai braccioli delle sedie negli atri della stazione ai gesti che i commessi dei negozi compiono per fare un nodo a un pacco, dall’arredamento delle sale d’attesa dei medici all’imprevedibilità dei terremoti, tutto passa al vaglio dell’uomo malato, in un estremo e unico punto di contatto con la vita che sfugge, della quale egli vuole goderne fino allo stremo delle sue possibilità esistenziali, «come un rampicante alle sbarre d’una cancellata».
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E’ un’«Italietta» senza dignità, soffocata da dissolutezze e scandali, quella che Luigi Pirandello dipinge, con scanzonata leggerezza e gustosa verve comica, nella commedia “Cecè”, scritta nel luglio 1913 e rappresentata per la prima volta a Roma, presso il teatro Orfeo, nel dicembre 1915. I riflettori sono puntati sul giovane Cesare Vivoli, detto Cecè, un viveur senza scrupoli, un simpatico e spudorato intrallazzatore, degno rappresentante di quel sottobosco di favori e di quel clima clientelare che anima la Roma di inizio Novecento, teatro di corruzione politica.
Con spudorata allegria, l’uomo riuscirà a imbrogliare sia il commendator Squatriglia, che per i suoi loschi traffici di appaltatore, è venuto a ringraziarlo per un favore ottenuto, sia Nadia, una giovane dai facili costumi, nelle cui mani, come pegno d'amore, egli ha depositato delle cambiali che, inutile dirlo, attraverso uno stratagemma, riuscirà a farsi restituire.
Biglietti: posto unico € 16.00, ridotto € 12.00