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«Faccio la “Dame aux Camelias” che avrà per titolo, forse, “Traviata”. Un soggetto dell’epoca. Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi, pei tempi, e per mille altri goffi scrupoli (…) Io lo faccio con tutto il piacere»: scriveva il compositore Giuseppe Verdi all’amico Cesare de Sanctis nel gennaio 1853. Nasceva così “La traviata”, opera in tre atti e quattro scene su libretto di Francesco Maria Piave, unanimemente considerata «uno dei drammi in musica più importanti a livello universale», nonché, per la sua raffinata vena intimistica e il suo elegante dialogo tra eros e thanatos, il capolavoro della celebre «trilogia popolare verdiana» (della quale fanno parte anche il “Rigoletto” e “Il trovatore”).
Sotto l'occhio di bue del palcoscenico: la bella e scostante Violetta Valery, una prostituta parigina d’alto bordo, realmente esistita con il nome di Alphonsine Plessis, che Alexandre Dumas figlio consegnò a futura memoria nel romanzo e, quindi, nella «comédie mêlée d’ariettes» “Le dame aux camélias" come Margherite Gautier, donna che, dopo una vita trascorsa nel vizio, si innamora, ricambiata, di un giovane di buona famiglia, cui è costretta a rinunciare in nome delle convenzioni sociali del tempo e che ritroverà al suo capezzale, poco prima di spirare.
“La traviata”, il cui debutto risale al 6 marzo 1853 presso il teatro La Fenice di Venezia, si configura come un’«opera di carattere morale», con al centro diversi ingredienti tipici della librettistica ottocentesca: dall’amore inteso come legame che supera ogni limite imposto dalle regole della convenienza sociale alla preminenza del valore della famiglia su qualsiasi altro. Nuova è, invece, la scelta di trattare una vicenda legata alla cronaca contemporanea, per giunta mutuata da un best-seller della cosiddetta letteratura scandalistica, laddove la librettistica prediligeva il più delle volte ambientazioni lontane nel tempo e nello spazio, se non addirittura mitiche.
Fra i passaggi più popolari del capolavoro verdiano, il motivo “Amami, Alfredo, amami quanto io t’amo”, diventato un topos della lirica, oltre al celeberrimo brindisi “Libiamo ne’ lieti calici”, alla cabaletta “Sempre libera degg’io”, all’aria “Addio, del passato bei sogni redenti” e al duetto “Parigi, o cara, noi lasceremo”. Tutti brani entrati prepotentemente nel comune sentire e capaci di emozionare, con il loro pathos e il loro romanticismo, non solo i melomani, ma anche un pubblico non esperto.
L’allestimento del Teatro dell’Opera di Milano, che vi avvale della collaborazione della Corale lirica ambrosiana (direttore: Roberto Ardigò) e dell’Orchestra filarmonica di Milano (direttore: Vito Lo Re), grazie alla regia di Mario Riccardo Migliara, indaga nel profondo l’animo e i pensieri di Violetta Valery e rivela per lei un’esistenza diversa, fatta dai suoi stessi sogni. Quasi come un incantesimo, i pensieri della donna diventano, infatti, visibili dietro uno specchio, dando la possibilità al sogno di trasformarsi in realtà e aprendo così la porta a possibili inaspettati finali.
Biglietti: platea € 32.00, galleria € 25.00, ridotto € 20.00