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«[...] E’ la prima voce lirica della nuova letteratura, l'affermazione della coscienza rifatta [...] è una storia dell'umanità da un punto di vista nuovo, una storia de' vivi costruita da' morti». Così Francesco De Sanctis (1817-1883), nella sua “Storia della letteratura italiana”, definisce il carme “Dei Sepolcri”, composto da Ugo Foscolo (1778-1827) tra il giugno e il settembre 1806 e pubblicato nella primavera del 1807 dall’officina tipografica Bettoni di Brescia.
Il poemetto, formato da 295 endecasillabi sciolti, si configura come un’epistola rivolta all’amico poeta Ippolito Pindemonte (1753-1828) ed è occasionato dall’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), con il quale si prescrivevano, per ragioni igieniche e di egualitarismo sociale, le sepolture in fosse comuni, lontane dalle mura cittadine.
Centrale in questo carme è, dunque, il tema del sepolcro, affrontato come occasione per un’interrogazione sul senso del vivere e del perire: all’idea materialistica della morte come «nulla eterno», già descritta nel sonetto “Alla sera” (1803), viene contrapposta la cosiddetta «religione delle illusioni», secondo la quale le tombe sono utili ai vivi, in quanto vincoli materiali di affetti, espressioni dell’umano incivilimento ed emblema delle tradizioni civili e delle glorie di un popolo, garanzia, dunque, di identità nazionale e fondamento etico della coscienza collettiva.
L'appuntamento è promosso nell'ambito della rassegna "Perche' tu mi dici: poeta?". Ingresso: intero: € 8.00, ridotto € 6.00.