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La celebrazione della poesia eternatrice ed eterna, le inesorabili metamorfosi del tempo, l’ineluttabile giro delle stagioni con le sue ansie e le sue malinconie, le insidie della morte e della vecchiaia, ma soprattutto l’amore come sacra unione tra due anime: sono questi i temi che fanno da filo conduttore ai centocinquantaquattro sonetti, dallo schema elisabettiano (cioè formati da tre quartine e un distico), che William Shakespeare (1564-1616) scrisse nel corso della sua vita.
Composti presumibilmente tra il 1593 e il 1599 e pubblicati nel 1609 da un editore clandestino, Thomas Thorpe, questi versi possono essere suddivisi in due gruppi: il primo, che va dall’1 al 126, è diretto a un «faith youth», un bellissimo giovane, la cui cangiante personalità nella raffigurazione del suo interlocutore poetico ha fatto ipotizzare una qualche forma di relazione amorosa tra i due; i restanti ventotto sono dominati dalla figura di una «dark lady», una donna bruna, dal fascino conturbante e misterioso, che è il rovescio della medaglia del personaggio precedente. La lingua di questo canzoniere amoroso, alla cui traduzione lavorarono anche Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, è un intrecciarsi di più codici linguistici, dal «parlato» al «detto alto», dal petrartesco-platonico al profetico-biblico.
L'incontro fa parte della rassegna "Perche' tu mi dici: poeta?".
Ingresso: intero € 8.00, ridotto € 6.00